In breve:
No, togliere un impianto dentale fa in genere meno male che estrarre un dente naturale: attorno a un impianto non c'è il legamento parodontale, quindi non servono le manovre di leva e frattura che rendono traumatica un'estrazione. Nella maggior parte dei casi si svita con un cricchetto a controtorque, in anestesia locale, in pochi minuti e conservando quasi tutto l'osso. È una situazione rara — la sopravvivenza di un impianto è del 95-97% a dieci anni — e si presenta in due momenti molto diversi: nei primi mesi, se l'osso non si integra, oppure dopo anni, per una perimplantite. Dopo la rimozione si attendono in genere 2-3 mesi prima di rimettere un impianto nello stesso punto, che diventano 4-6 se serve ricostruire l'osso.
Chi ha un impianto in bocca e sente parlare di "toglierlo" pensa subito a due cose: che sarà un intervento peggiore di quello che ha già affrontato, e che quel dente sia perso per sempre. Nessuna delle due è vera, ed è il motivo per cui vale la pena raccontare per bene come funziona.
Partiamo da un dato che ridimensiona la paura: la rimozione di un impianto è un evento raro. La sopravvivenza degli impianti è del 95-97% a dieci anni e del 90-95% a venti, come riportiamo nella guida su tecniche e costi dell'implantologia. Quando però capita, sapere in anticipo cosa comporta cambia completamente il modo di affrontarla — ed è una delle situazioni che seguiamo nel nostro servizio di implantologia.
Perché un impianto può dover essere rimosso
Le ragioni si dividono nettamente in due gruppi, che si presentano in momenti diversi della vita dell'impianto e richiedono approcci differenti.
Il fallimento precoce avviene nei primi mesi, prima che l'impianto entri in funzione: l'osso non guarisce attorno alla vite e l'osteointegrazione non si completa. Riguarda meno del 2% dei casi. Non c'entra nulla il rigetto immunologico, che per un impianto non esiste: è una vite in titanio, non un organo trapiantato, e il tema è spiegato per intero in rigetto degli impianti dentali.
Il fallimento tardivo arriva dopo anni di normale funzionamento, quando un impianto perfettamente integrato inizia a perdere l'osso che lo sostiene. La causa più frequente è la perimplantite, cioè la stessa malattia della parodontite applicata ai tessuti attorno all'impianto invece che attorno a un dente naturale. Ne parliamo nel dettaglio in piorrea e impianti dentali.
Esistono poi cause meno comuni: la frattura della vite implantare, in genere per sovraccarico masticatorio o bruxismo non gestito, e il posizionamento sbagliato, quando un impianto è stato inserito con un'angolazione che rende impossibile costruirci sopra una protesi corretta o che interferisce con strutture anatomiche vicine.
Come si capisce che un impianto va tolto
La distinzione che conta non è "l'impianto ha un problema" ma "il problema è ancora recuperabile". Una perimplantite iniziale si tratta e l'impianto si salva; oltre una certa soglia di osso perso, tenerlo significa solo rimandare.
Gli elementi che orientano la decisione sono tre, e si valutano insieme in visita con sondaggio e radiografia.
La mobilità. Un impianto integrato non si muove, mai. Se si muove, l'osteointegrazione è persa e non si recupera: la rimozione non è una scelta fra alternative, è l'unica strada.
Quanto osso è rimasto. Con una perdita ossea contenuta e un impianto ancora fermo si punta a decontaminare la superficie e, dove serve, a ripulire chirurgicamente il difetto. Quando la perdita supera circa metà della lunghezza dell'impianto la prognosi diventa sfavorevole anche a fronte di un trattamento ben eseguito.
Se il problema si ripresenta. Un impianto già trattato per perimplantite che torna a sanguinare e a perdere osso sta dando un'informazione chiara. Insistere con cicli di terapia consuma osso che servirà per il sostituto.
C'è un aspetto che i pazienti sottovalutano quasi sempre: rimandare costa osso. Ogni mese in cui l'infezione resta attiva la cresta si riduce, ed è esattamente la cresta su cui dovrà appoggiarsi il nuovo impianto. Togliere per tempo un impianto condannato spesso significa poterne rimettere uno subito, senza innesto.
Come si toglie un impianto, davvero
Qui sta la parte che rassicura di più, perché la tecnica moderna è molto meno invasiva di quello che l'espressione "togliere un impianto" evoca.

Il controtorque: si svita
È la tecnica di prima scelta. Si usa un cricchetto dedicato che applica all'impianto una forza di rotazione in senso inverso rispetto a quella con cui era stato avvitato. L'impianto era stato inserito con una coppia di serraggio dell'ordine di 30-35 Ncm; gli strumenti da rimozione erogano forze molto superiori, sufficienti a rompere l'interfaccia fra osso e titanio e a far uscire la vite per la stessa via da cui era entrata.
Il vantaggio è decisivo: l'osso attorno resta praticamente intatto. Non si taglia nulla, non si scolla necessariamente la gengiva, e il sito che rimane è pulito e regolare, spesso pronto ad accogliere un nuovo impianto molto prima.
La fresa a corona: si taglia, solo se serve
Quando lo svitamento non riesce — tipicamente in un impianto ben integrato che va rimosso per motivi protesici o per una frattura — si ricorre a una fresa cava che taglia un sottile anello di osso attorno all'impianto, liberandolo.
È la strada più invasiva perché sacrifica un margine di osso perimplantare, ed è il motivo per cui non è mai la prima opzione. Si lavora sotto irrigazione continua, per la stessa ragione per cui si irriga quando si prepara la sede di un impianto: superati circa 47 °C per un minuto l'osso va incontro a necrosi, e un osso necrotico non è un osso su cui reimpiantare.
Gli ultrasuoni
Gli inserti piezoelettrici permettono di scollare l'interfaccia osso-impianto in modo selettivo, agendo sul tessuto duro e risparmiando gengiva e strutture nervose. Si usano da soli o in combinazione con le altre due tecniche, soprattutto nelle zone anatomicamente delicate.
Fa male? Cosa si sente davvero
La risposta breve è che fa meno male di un'estrazione, e la ragione è anatomica.
Attorno a un dente naturale c'è il legamento parodontale, un tessuto ricco di fibre e terminazioni nervose che àncora la radice all'osso. Per estrarre un dente bisogna lussarlo, muoverlo, fare leva su quel legamento e sull'osso circostante, a volte dividerlo in più parti. Sono manovre di strappo, e sono quelle a produrre il dolore che senti a casa quando l'anestesia svanisce — lo spieghiamo confrontando le due procedure in mettere un impianto fa male?.
Attorno a un impianto quel legamento non c'è: il titanio è a contatto diretto con l'osso. Non c'è nulla su cui fare leva e, con il controtorque, non c'è nemmeno un movimento di strappo: c'è una rotazione. Il risultato è un intervento che si esegue in anestesia locale, dura pochi minuti nei casi semplici, e che nel post-operatorio dà più gonfiore che dolore.
Nel fallimento precoce la rimozione è ancora più semplice, perché l'impianto è già mobile: spesso esce con una manovra minima, e molti pazienti raccontano di essersi accorti appena dell'intervento.
Se la paura è la ragione per cui stai rimandando, dillo prima. Con la sedazione cosciente resti vigile e collaborante ma non percepisci dolore, e la percezione del tempo si accorcia molto.
Cosa succede dopo: si può rimettere un impianto?
Nella grande maggioranza dei casi sì, ed è la domanda che quasi tutti fanno per prima. Cambiano i tempi, a seconda di come si presenta il sito dopo la rimozione.
Reimpianto immediato, nella stessa seduta. È possibile quando il difetto osseo residuo è contenuto e si riesce a ottenere una stabilità primaria adeguata: in pratica quando il nuovo impianto, spesso di diametro o lunghezza maggiore, trova osso sano su cui ancorarsi. I riferimenti sono gli stessi del carico immediato, una coppia di serraggio di almeno 30-35 Ncm e un ISQ di 60-65.
Attesa di 2-3 mesi. È lo scenario più comune. Si lascia guarire il sito e si reinterviene quando l'osso si è riorganizzato. Vale la pena sapere che dopo la rimozione la cresta si riassorbe con la stessa dinamica che segue un'estrazione: circa metà della larghezza nel primo anno, due terzi dei quali nei primi tre mesi. È proprio per questo che non conviene lasciare passare anni.
Attesa di 4-6 mesi con rigenerazione ossea. Quando il difetto è ampio si ricostruisce prima il volume osseo e si reimpianta dopo. La rigenerazione costa da noi 800-2.600 € e le tecniche disponibili quando l'osso è poco sono descritte in impianti dentali senza osso; il quadro completo dei costi è nella guida al costo di un impianto dentale.
Una nota di onestà: la sopravvivenza di un impianto messo al posto di uno fallito è più bassa di quella di un primo impianto — gli studi la collocano in genere sopra l'85%, contro il 95-97% a dieci anni di un primo intervento. Il divario si riduce parecchio quando la causa del primo fallimento viene identificata e corretta, e per questo la domanda giusta prima di reimpiantare non è "quando" ma "perché è andata male la prima volta".
Come si evita di arrivarci
Il fallimento tardivo è quasi sempre l'esito di un mantenimento trascurato, e questa è una buona notizia perché è la parte su cui si può intervenire.
I richiami di igiene professionale per chi porta impianti sono in genere ogni 3-4 mesi, non ogni sei, e nei pazienti con storia di parodontite questa frequenza non è negoziabile. Il controllo non è una pulizia: comprende il sondaggio attorno a ogni impianto e le radiografie di confronto, che sono l'unico modo per intercettare una perdita ossea iniziale. Come nella parodontite il dolore arriva tardi, quindi aspettare un sintomo significa aspettare troppo.
Gli altri fattori che pesano davvero sono il fumo, che riduce la vascolarizzazione dei tessuti, una parodontite non trattata sui denti naturali rimasti, il diabete non compensato e il bruxismo non gestito, che sovraccarica meccanicamente gli impianti. Il nostro percorso di igiene e prevenzione è costruito attorno a questi controlli.
Domande frequenti
Togliere un impianto fa più male che togliere un dente?
No, in genere fa meno male, e il motivo è anatomico. Attorno a un dente naturale c'è il legamento parodontale, ricco di terminazioni nervose, e per estrarre il dente bisogna fare leva proprio su quel legamento e sull'osso circostante con manovre di strappo. Attorno a un impianto quel legamento non esiste: il titanio è a contatto diretto con l'osso, e con la tecnica del controtorque la vite viene semplicemente svitata anziché estratta con forza. L'intervento si esegue in anestesia locale e nel post-operatorio dà più gonfiore che dolore.
Quanto dura l'intervento per rimuovere un impianto?
Nei casi semplici pochi minuti, spesso meno del tempo necessario per l'anestesia. Se l'impianto ha perso l'osteointegrazione è già mobile e viene via con una manovra minima; se invece è ancora ben integrato e serve la fresa a corona o l'uso degli ultrasuoni, i tempi si allungano ma restano nell'ordine di una normale seduta chirurgica. Quello che allunga l'appuntamento non è quasi mai la rimozione in sé, ma ciò che si fa nella stessa seduta: la pulizia del difetto osseo, un eventuale innesto o il posizionamento immediato del nuovo impianto.
Dopo quanto tempo posso rimettere un impianto nello stesso punto?
Dipende da come si presenta il sito dopo la rimozione. Se il difetto osseo è contenuto e si ottiene una buona stabilità primaria, il nuovo impianto si può posizionare anche nella stessa seduta. Lo scenario più frequente prevede un'attesa di due o tre mesi per lasciare riorganizzare l'osso. Quando invece serve ricostruire volume con una rigenerazione ossea, i tempi salgono a quattro-sei mesi. La valutazione si fa con una radiografia tridimensionale dopo la guarigione, non sul calendario.
Il secondo impianto ha le stesse probabilità di riuscita del primo?
La sopravvivenza è più bassa: gli studi la collocano in genere sopra l'85%, contro il 95-97% a dieci anni di un primo impianto. È un dato che va letto insieme al motivo del primo fallimento, però, perché il divario si riduce sensibilmente quando la causa viene identificata e corretta prima di reintervenire. Se il primo impianto è stato perso per una perimplantite legata a igiene insufficiente o fumo, rimettere un impianto senza cambiare nulla espone allo stesso esito; se invece la causa era un difetto di guarigione isolato, la prognosi del secondo è vicina a quella del primo.
Rimango senza dente nel periodo di attesa?
Quasi mai. Nella fase di guarigione si ricorre a una soluzione provvisoria che copre sia l'estetica sia la funzione: a seconda della posizione e di quanti elementi sono coinvolti può essere un provvisorio fisso appoggiato ai denti o agli impianti vicini, oppure un provvisorio rimovibile. Il punto viene definito prima dell'intervento, proprio perché nessuno debba scoprire all'ultimo momento come si presenterà. Nei settori anteriori la copertura estetica è considerata parte del piano di cura, non un extra.
Devo pagare di nuovo l'impianto se va rimosso?
Nel caso di mancata osteointegrazione nei primi mesi, cioè quando l'osso non guarisce attorno alla vite, nel nostro Centro il riposizionamento non comporta costi aggiuntivi. È diverso il caso di un impianto che ha funzionato per anni e viene perso per una perimplantite, dove entra in gioco anche il mantenimento eseguito nel tempo: è la ragione per cui la garanzia sul lavoro è legata al rispetto dei richiami di igiene. Le condizioni vengono messe per iscritto nel preventivo, così che siano chiare prima di iniziare.
Si può togliere un impianto senza perdere osso?
Con il controtorque sì, o quasi: svitando l'impianto anziché tagliare attorno si conserva praticamente tutta la parete ossea, e il sito che resta è regolare. Si perde osso soprattutto in due situazioni, quando è necessaria la fresa a corona per liberare un impianto ancora saldamente integrato, e quando la rimozione arriva tardi dopo mesi di perimplantite attiva che ha già consumato la cresta. È il motivo principale per cui non conviene rimandare una decisione già presa.
Un impianto che fa male va per forza rimosso?
No, e anzi il dolore da solo dice poco. Un fastidio localizzato può dipendere da un'infiammazione della gengiva attorno all'impianto, da una protesi che appoggia male o da un contatto masticatorio scorretto, tutte cose che si risolvono senza toccare l'impianto. Va detto però che la perimplantite in genere non fa male nelle fasi in cui si potrebbe ancora fermare, quindi il dolore non è il criterio con cui si decide. Se noti gengiva gonfia, sanguinamento o cattivo odore attorno a un impianto, la cosa giusta è anticipare il controllo invece di aspettare il richiamo.
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Se hai un impianto che si muove, che sanguina o che ti preoccupa, la cosa più utile è farlo valutare prima che la decisione la prenda il tempo al posto tuo. La differenza fra rimettere un impianto subito e doverlo fare dopo una rigenerazione ossea si gioca quasi sempre su qualche mese.
Il Centro Dentistico Piovani Zubani ti accoglie in due sedi in provincia di Brescia: a Travagliato, in Via Brescia 44, dal lunedì al sabato 8:30–20:30 (la domenica pomeriggio il centralino è attivo per le urgenze), e a Orzinuovi, in Via Francesca 8, dal lunedì al sabato 8:30–20:30.
Prenota una visita su prenota.piovanizubani.it: con una radiografia e un sondaggio si capisce in un solo appuntamento se l'impianto è recuperabile o se conviene sostituirlo.
Fonti
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